Nonvotoquesti's Blog

Paghiamoli il giusto

La giusta mercede

 Ci sia permesso di iniziare questa pagina con una piccola cattiveria: la giusta mercede non è, come qualche politico sarà stato portato a leggere, fuorviato dalla propria avidità, la giusta Mercedes, né alcuna altra automobile simbolo di status. La giusta mercede è la giusta paga che il catechismo insegna deve essere data agli operai, pena commettere un peccato ‘che grida vendetta agli occhi di Dio’. Il dovere è implicito nel settimo comandamento che ingiunge di ‘non rubare’. Comprendiamo che parlare di ‘operai’ e di ‘non rubare’ significhi usare termini che suonano offesa al cospetto di più di qualche politico e, scusandoci con gli onesti che si presume, per autocertificazione, siano i più abbandoniamo le comuni, e in certa misura legittime, prevenzioni e passiamo a trattare l’argomento con la massima neutralità di cui siamo capaci.

Il problema della giusta paga è di ardua soluzione da sempre, non tanto dal punto di vista della quantificazione, quanto piuttosto a causa della contrapposizione di interessi tra chi vende  il proprio  lavoro e di chi lo acquista. Per inciso, le espressioni ‘offerta di lavoro’  e ‘datore di lavoro’,ormai invalse nell’uso, paiono quanto meno imprecise in quanto chi offre, o dà, il proprio lavoro è il dipendente, non l’imprenditore. Ma tant’è; non ci impunteremo su questo.

Ritorniamo, dunque, alla questione che qui ci interessa. Nel mondo del lavoro ‘normale’ la paga giusta (o meno ingiusta) è determinata, per il lavoro dipendente, da contrattazioni individuali o collettive e prevede, salvo il particolare stato di necessità di una parte, di accettare o meno il rapporto di lavoro: si può assumere e ci si può far assumere, si possono offrire/reclamare miglioramenti economici nel corso del rapporto, ci si può licenziare o si può essere licenziati. Nel mondo del lavoro autonomo, salvo le guarentigie di certe corporazioni monopolistiche cui il cittadino/cliente non può fare a meno di ricorrere, sarà il datore di lavoro e il lavoratore si identificano e, dunque, non c’è contrattazione, ma la giusta paga viene determinata dal ‘mercato’. L’avvocato, il dentista, l’idraulico ecc. avranno o non avranno clienti a seconda delle loro capacità professionali e/o delle loro tariffe. Il principio è, in generale, questo ed è, certo, suscettibile delle più varie anomalie ed aberrazioni (si considerino soltanto gli stratosferici compensi richiesti, ed ottenuti, da troppi ‘grandi manager). Si sottraggono a tale, principio, lo abbiamo accennato i detentori di una posizione di monopolio (che il ‘libero mercato’ ufficialmente aborrisce come la peste). Chi detiene il monopolio di una certa merce o di un certo servizio cui il cittadino non può rinunciare, offre questo o quello nella quantità, qualità e prezzo che preferisce, limitato soltanto dal limite di pressione sostenibile dall’acquirente/utente prima di cominciare a menar le mani.

Quando la condizione di monopolio è condivisa da più attori in combutta tra loro, si ha quello che nell’industria e nel commercio  viene definito ‘cartello’ e nelle professioni corporazione o, più correntemente e quasi sempre correttamente, ‘casta’.

Quella dei politici è, appunto, una corporazione o, per chi preferisca il termine più censorio, una ‘casta’.

Quel che il politico fa o non fa in concreto (la durata, intensità e qualità del suo lavoro) è del tutto a sua discrezione (o a discrezione del partito) salvo il mostrarsi impegnato.  Il relativo compenso è ugualmente a sua discrezione o, meglio, a discrezione della sua corporazione o casta, la qual cosa ha anche un indubbio vantaggio secondario: quando al politico vengono rimproverati i ricchi emolumenti (nella loro varie articolazioni) questi può, con un po’ di faccia tosta, replicare: “Non l’ho mica deciso io. E’ stato il parlamento (nazionale, regionale, ovvero la dirigenza, politica, di questa o quella istituzione in cui egli presta, si fa per dire, servizio). Sono automatismi previsti per legge.”eccetera. Come se egli non avesse votato gli aumenti o, in quanto co-legislatore, non potesse intervenire sui meccanismi automatici, particolarmente quando l’incremento dei privilegi di politico stridono ferocemente con la condizione di crescente difficoltà vissuta dalla maggior parte dei cittadini.

Ma non siamo qui a fare la morale anche perché, purtroppo, la morale non serve. Né elencheremo gli innumerevoli esempi di ‘ingiusta mercede’ a documentare i quali è ormai disponibili una vasta letteratura.

Quel che ci preme è cercar di capire se esista un modo per quantificare con equità la ‘paga’ del politico mediante strumenti asettici di valutazione (e ri-valutazione) nelle mani di giudici terzi ed imparziali le cui conclusioni debbano essere automaticamente recepite per legge.

In parole povere: è possibile ipotizzare che un organo arbitrale risolva una volta per tutte il conflitto di interessi  stilando una specie di contratto collettivo nazionale di lavoro del politico in cui siano previste la paga base, le varie indennità,  l’assistenza sanitaria e pensionistica, insomma tutto quel che costituisce il reddito del politico, determinando altresì i meccanismi di indicizzazione e quelli di revisione periodica?

E’ possibile. E in almeno un caso c’è una legge che prevede proprio questo. Accade in Canada, dove la legislazione sui compensi, e relativo aggiornamento,  dei membri di 8 Parlamenti su 14 (incluso quello federale) riconosce formalmente il principio secondo cui tali compensi debbono essere fissati da un organismo indipendente. il Canada, non è esattamente uno Stato  della cui modernità si possa dubitare. Uno Stato, tra l’altro, che è una monarchia costituzionale (ne è regina Elisabetta II d’Inghilterra) e una democrazia parlamentare con un sistema federale di cui fanno parte 10 Provincie e 3 Territori e che ha due lingue ufficiali, il francese e l’inglese, che diventano undici nel territorio del Nunavut nel quale sono riconosciute anche nove lingue indigene.  Parrebbe che una situazione più stravagante di così sia difficile da immaginare e tuttavia, bizzarria nella bizzarria, proprio in quel Paese, o in parte di esso, si è in grado di affrontare e risolvere con strumenti semplici un problema che da noi, semplice repubblica democratica, sembra impossibile addirittura prendere in considerazione come problema solubile.

Diamo conto, nella pagina specifica di questa sezione, del processo di aggiornamento dello schema retributivo e previdenziale della British Columbia. Ci è parso interessante darne un resoconto ampio, via per le considerazioni di metodo sia per l’amaro ilarità che inevitabilmente suscitano certi ragionamenti fatti oltre oceano se si tenta di trasferirli dalle nostre parti. Vorremmo sottolineare che il processo di revisione del sistema ha comportato, nella British Columbia, il lavoro per 3 mesi di una commissione composta da 3 tecnici indipendenti e ha coinvolto, attraverso sondaggi telefonici e interviste dirette, non più di un migliaio di cittadini, oltre, ovviamente, allo studio di una corposa documentazione di più fonti. Il lavoro della Commissione si è concluso puntualmente con una relazione prodotta il 30 aprile 2007 contenente raccomandazioni che il Parlamento locale ha discusso e trasformato, con correzioni, in Legge di modifica della normativa previgente nell’arco di un mese.  Per la parte che disciplina la remunerazione diretta dei Membri dell’Assemblea Legislativa, la Legge spende 12 articoli. Gli altri 31 riguardano il sistema pensionistico, oggetto di profonda innovazione e (2 articoli) la copertura finanziaria della legge.

Al lettore le riflessioni e le conclusioni del caso. A nostro parere sarebbe auspicabile un forte movimento di opinione che faccia pressioni sui nostri politici ovvero  una proposta di legge di iniziativa popolare che introduca anche nel nostro Paese criteri di equità e trasparenza analoghi a quelli canadesi per quanto riguarda la remunerazione dei ‘servizi’ resi dai nostri eletti dal popolo.

Ci corre infine l’obbligo, una volta di più, di riconoscere il debito verso  il professor Michele Ainis per aver segnalato il caso della British Columbia  a pag. 204 del suo libro ‘Stato matto’, Garzanti 2007.

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