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lavorare meno

Il motto “lavorare meno, lavorare tutti” è considerato, in generale, una fantasia puerile quando non addirittura un’eresia in campo politico-economico, qualcosa che appartiene ai residui vagheggiamenti di qualche sessantottino che non ha saputo staccarsi dal capezzolo dello spinello quotidiano. Oppure l’idea viene etichettata tout court come ‘comunista’, ovvero espressione di un sistema di cui la storia avrebbe dimostrato definitivamente l’inevitabile vocazione al fallimento.

Abbattere questi pregiudizi è compito improbo e, così come l’eventuale realizzazione di un sistema alternativo all’attuale, implica comunque un impegno di lungo termine. Su questo blog cerchiamo, in generale, di proporre idee semplici, di (quasi) immediata realizzazione ed ‘ecumeniche’, potenzialmente non suscettibile, cioè, di innescare rifiuti ideologici se non nel lettore assolutamente prevenuto e indottrinato. Ci è parso comunque utile contribuire alla considerazione del tema della ‘decrescita’ proponendo l’articolo che riportiamo di seguito.

 

 


In difesa del ridimensionamento e della condivisione del lavoro

5 giugno 2010

di Anna White

Fonte : Share The World’s Resources

Originale inglese:  www.zcommunications.org/in-defense-of-downshifting-and-work-sharing-by-anna-white

La proposta di ore di lavoro minori ed equamente condivise sembra contro-intuitiva nel contesto economico attuale. Solo rimuovendo i pregiudizi strutturali a proposito del superlavoro e dell’iperconsumo possiamo costruire una prosperità durevole entro limiti ecologici, sostiene Anna White.

 

Nella speranza di contrastare le crisi gemelle che colpiscono l’economia e il clima, i governi e le istituzioni del mondo hanno fatto eco ai gruppi ambientalisti nel sollecitare un “New Deal Verde”. Maggiori investimenti governativi in energie rinnovabili e altre iniziative verdi creerebbero davvero migliaia di nuovi positi di lavoro verdi ma affronterebbero la pulsione verso una crescita economica infinita che molti ora ritengono sia alla radice del nostro galoppo a capofitto verso la distruzione ecologica?

Come sostenuto in modo convincente da Tim Jackson nel suo libro innovativo Prosperity without Growth (Prosperità senza crescita) l’improbabilità di un ‘disaccoppiamento assoluto’ (ridurre l’utilizzo delle risorse continuando a far crescere l’economia) significa che è necessario un altro modo per garantire la stabilità economica e mantenere l’occupazione. Un numero crescente di accademici e di attivisti che riconoscono la tendenza dell’economia del New Deal ad affidarsi a un approccio del tipo “costruire una via d’uscita dalla disoccupazione” sollecitano una via alternativa alla sostenibilità: ridurre la settimana lavorativa e condividere equamente il lavoro pagato in una solida economia stazionaria.

Un recente rapporto della New Economics Foundation (NEF) offre un’argomentazione particolarmente avvincente con la propria proposta di una nuova ‘normale’ settimana lavorativa di 21 ore in Inghilterra. “Mentre alcuni lavorano troppo, guadagnano troppo e consumano troppo, altri riescono a malapena a far fronte alle necessità della vita.” ha scritto sul Guardian uno degli autori del rapporto. “Una settimana lavorativa molto più corta ci aiuterebbe tutti a condurre esistenze più sostenibili e gratificanti condividendo il tempo stipendiato e quello non stipendiato in modo più giusto tra tutta la popolazione.”

Nel suo nuovo libro Plenitude: The New Economics of True Wealth (Pienezza: la nuova economia della vera ricchezza) Juliet Schor argomenta in modo analogo a favour di ore minore e più equamente ripartite di lavoro pagato. Da lungo tempo sostenitrice della condivisione del lavoro, ella progetta una visione di una nuova economia che non solo lascerebbe più tempo per la famiglia e la comunità ma offrirebbe anche alla gente l’opportunità di acquistare beni e servizi in modi più ecologici al di fuori dell’economia di mercato basata sull’uso intenso di carburanti fossili.

Tempo di vivere in modo sostenibile

Un mito duraturo del capitalismo industrial è che poichè  i progressi della tecnologia hanno aumentato la produttività del lavoro, non dobbiamo più lavorare duro per soddisfare i nostri bisogni materiali. Che ci vogliano meno persone per produrre la stessa quantità di beni è indubbiamente vero anche se prima dei successi del movimento sindacale nello scorso diciannovesimo secolo l’industrializzazione aveva portato le ore di lavoro al loro livello massimo nella storia umana. Secondo lo storico dell’economia James E. Thorold Rogers, i lavoratori che parteciparono al movimento per le otto ore stavano semplicemente lottando per recuperare la quantità di tempo libero di cui godevano i loro antenati nel medioevo.

Con la spinta alla deregolamentazione  degli ultimi decenni le ore di lavoro nelle parti più agiate del mondo hanno effettivamente cominciato ad aumentare di nuovo rovesciando il declino lungo un secolo innescato dall’azione dei sindacati.

Con i governi di tutto il mondo che hanno privilegiato il perseguimento della crescita del PIL come il singolo obiettivo più importante della propria crescita economica, lo sforzo produttivo si separa dai bisogni umani. L’attività economica ora privilegia l’accumulazione di profitto privato rispetto alla garanzia di un benessere fondamentale, il perseguimento di “quel che si può fare” rispetto a “ciò che è necessario fare”. L’imperativo di risultati economici in continua espansione crea un bisogno di stimolare e soddisfare livelli sempre più alti di domanda dei consumatori. Invece di realizzare la prevista era del tempo libero – Keynes stesso immaginava una settimana di 15 ore con il lavoro condiviso il più largamente possibile – il perseguimento della crescita fine a se stessa ha portato a un’era di iperconsumi e superlavoro.

Vi sono molte meno prove a sostegno del fatto che la scalata degli sforzi economici e la mercificazione di una quantità sempre maggiore del nostro tempo e delle nostre attività sia salutare per il benessere sociale ed ambientale. Nel 2004 uno studio della NEF ha rilevato che mentre la produzione economica nel Regno Unito suggerisce che la crescita del mondo industrializzato sia raddoppiata negli ultimi 30 anni, i livelli di soddisfazione esistenziale sono rimasti rigorosamente piatti. Lo studioso di economia stazionaria Herman Daly suggerisce che la crescita del mondo industrializzato può addirittura essersi fatta ‘anti-economica’ in quanto i costi sociali e ambientali superano i benefici che ne derivano. L’umanità, collettivamente, sta già consumando il capitale di risorse naturali della Terra più rapidamente di quanto posano essere rinnovate, come evidenziato dal lavoro del  Global Footprint Network. Tutto ciò pone la domanda: invece di mantenere un sistema che massimizza la produzione economica e l’occupazione a tempo pieno perchè non creare un riordinamento che massimizzi il benessere umano e la sostenibilità ecologica?

La gente sta già prendendo nelle proprie mani la transizione a un sistema economico alternativo. Sta crescendo un movimento incentrato sull’idea di ‘decrescita’: lo scegliere deliberatamente di lavorare e guadagnare meno al fine di vivere una vita più piena e semplice. Nel far ciò, le persone rifiutano consciamente l’idea che si viva per lavorare, si lavori per guadagnare e si guadagni per consumare. Simili tentativi di ridefinire la ‘vita buona’ non sono riflessi soltanto in decisioni individuali di decrescere, ma anche nella crescente popolarità delle città di transizione, nella ricostruzione collettiva delle economie locali e nelle sonore critiche del movimento per la giustizia climatica all’iperconsumismo.

Il problema è che la decrescita così come gli altri sforzi per contrastare il consumismo sono incongrui in termini di economia moderna. In Willing Slaves: How the Overwork Culture is Ruling Our Lives (Schiavi volontari: come la cultura del superlavoro governa le nostre vite) Madeleine Bunting rivela che, mentre la maggioranza dei britannici accetta come di per sé evidente che per tutti, eccettuati i più poveri, il superlavoro ‘è una propria scelta’, vi è anche una diffusa condivisione del fatto che questa dichiarata facoltà di scelta è spesso eccezionalmente difficile da esercitare. E’ non solo l’evidente pregiudizio strutturale nei confronti della piena occupazione a rendere difficile negoziare orari di lavoro flessibili ma anche la radicata logica del confronto sociale – il bisogno di essere all’altezza dei Rossi – che eleva costantemente la percezione dei nostril ‘bisogni’ materiali con il crescere del reddito. La crescente sensazione di dover guadagnare abbastanza per vivere uno stile di vita consumistico ‘normale’, quello che ci viene venduto mediante la pubblicità e viene rinforzato dale norme culturali, riflette le immense barrier sociali e strutturali alla condivisione del lavoro che esistono nelle economie industriali governate dalla crescita.

Superare le barriere strutturali

Come evidenziato da alcune delle più violente reazioni al rapporto della NEF sulle 21 ore, la proposta di ridurre drasticamente la settimana lavorativa e spartire le ore in maniera più equa tra la popolazione sembra contro-intuitiva. Come potrebbero far fronte alla riduzione del reddito i poveri e anche gli appartenenti alle classi medie? Non crollerebbero le entrate governative e non crescerebbe la domanda di servizi pubblici? Come farebbero le imprese a coprire l’aumento dei costi conseguente all’impiego di un maggior numero di persone per la stessa quantità di lavoro? Come si farà con la carenza di competenze già stiracchiate rispetto alla domanda di alcune industrie?

Sebbene molte di queste preoccupazioni siano valide, è importante ricordare che la condivisione del lavoro non è una soluzione politica a brevet ermine, nè i suoi sostenitori suggeriscono che dovrebbe costituire un cambiamento repentino o imposto. Nessuno presume che la redistribuzione del lavoro stipendiato sia una panacea per il malessere sociale ed ecologico descritti più sopra. E’, invece, parte di una visione a lungo termine di un mondo post-industriale in cui l’economia sia trasformata per soddisfare i bisogni delle comunità piuttosto che i desideri dei consumatori; un futuro sostenibile  in cui i benefici delle limitate risorse del pianeta siano condivisi equamente e protetti per le generazioni future.

E’ importante notare come reazioni quali quelle di Mark Littlewood dell’Istituto per gli Affari Economici che ha definito la proposta di una settimana più breve “economia da Fantasilandia” rivelino quanto profondamente sia radicato l’imperativo della crescita nella logica economica e sociale odierna. La tendenza dell’economia ortodossa a presumere che la crescita del PIL sia la misura migliore del progresso economic è la barriera più grande contro qualsiasi politica che cerchi di ‘ridimensionare’ consapevolmente l’economia. Tuttavia è esattamente perchè la condivisione del lavoro va contro le convenzioni del paradigma della crescita che l’idea è così importante.

Superare gli attuali pregiudizi strutturali a favour di ore di lavoro lunghe e distribuite in modo diseguale richiede una miriade di riforme economiche. Esse potrebbero includere la redistribuzione del reddito e della ricchezza (compreso un sostanziale aumento del salario minimo); incoraggiare forme di produzione e consume non mercificate (come l’autarchia o la co-produzione); creare nuove misura del progresso e della prosperità e liberare fonti di finanziamento dal fardello del debito a interesse. In misura forse più importante richiede di por fine alla mentalità del lavorare-per-guadagnare e guadagnare-per-consumare che attualmente domina la vita quotidiana di molte società industrializzate.

Il fatto che la proposta della settimana di 21 ore sia stata presa sul serio nelle stanze di Westminster è un sicuro segno di incoraggiamento ma fino a quando a sostegno dell’idea non prenda vigore un movimento popolare è improbabile che i governi agiscano. Alla fine sta alla gente abbandonare la routine dei consume ed esigere il diritto a una quota ridotta e uniforme di lavoro pagato. Invece di accettare le trappole della ‘sovranità del consumatore’ dobbiamo esigere la libertà di non consumare, la libertà di diventare i produttori e creatori di una nuova economia che edifichi una prosperità durevole entro limiti ecologici.

 

 

 

 

Anna White è assistente editoriale al Share The World’s Resources. Può essere contattata presso  anna@stwr.org. 

 

Questo lavoro è concesso sotto licenza  Creative Commons License. Nel riprodurlo vogliate riconoscere  Share The World’s Resources come fonte e includere un link al relativo URL. Per ulteriori informazioni vedere la  Copyright Policy.  

 

Riferimenti: 

Coote, Anna et al., ‘21 Hours: Why a Shorter Working Week Can Help Us All to Flourish in the 21st century’. New Economics Foundation, February 2010.

 

Daly, Herman, ‘From a Failed-Growth Economy to a Steady-State Economy’. A lecture delivered at the United States Society for Ecological Economics (USSEE) conference on 1st June 2009.

 

Bunting, Madeleine, Willing Slaves: How the Overwork Culture is Ruling Our Lives. London: HarperCollins, 2004.

 

Jackson, Tim, Prosperity without Growth: Economics for a Finite Planet. London: Earthscan, 2009.

 

Jackson, Tim, ‘Chasing Progress: Beyond Measuring Economic Growth’. New Economics Foundation, March 2004.

 

Keynes, John Maynard, ‘Economic Possibilities for our Grandchildren’, in John Maynard Keynes, Essays in Persuasion, New York: W.W.Norton & Co., 1963, pp. 358-373.

 

Rogers, James E. Thorold, Six Centuries of Work and Wages. London: Swan Sonnenschein, 1884.

 

Schor, Juliet, Plenitude: The New Economics of True Wealth. Penguin Press, 2010.

 

Schor, Juliet, The Overworked American: The Unexpected Decline of Leisure, New York: Basic Books, 1992.

 

Stephans, Lucie et al., ‘Co-production: A Manifesto for Growing the Core Economy’. New Economics Foundation, July 2008.

 

‘“Total madness” of 21-hour working week’. Interview with Anna Coote and Mark Littlewood, BBC4 Today, 13th February 2010.

 

Victor, Peter, Managing Without Growth: Slower by Design, Not Disaster. Northampton, MA: Edward Elgar, 2008.

 

White, Anna, ‘Why Local Economies Matter’. Share The World’s Resources, May 2010.

 

Further Resources:

 

Center for a New American Dream

 

Center for the Advancement of the Steady State Economy

 

Global Footprint Network

 

International Downshifting Week

 

New Economics Foundation

 

Transition Culture

 

 

 

 

 


From: Z Net – The Spirit Of Resistance Lives
URL: http://www.zcommunications.org/in-defence-of-downshifting-and-work-sharing-by-anna-white

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1 commento »

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    Commento di WilliamTow — agosto 28, 2017 @ 9:35 pm


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